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USIAMO LE NOSTRE RISORSE NEL MODO MIGLIORE

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Una costante per noi scrittori è senza dubbio l’attitudine al lamentarci. Lamentarci di aver compiuto degli sbagli durante la stesura della nostra prima opera. Lamentarci di voler tornare indietro, se possibile, per non commetterli di nuovo. Lamentarci di non conoscere in anticipo le prossime mosse da eseguire, le prossime tappe da percorrere per plasmare il nostro capolavoro.

Lamentarsi è costruttivo, se sfruttato nel modo opportuno. Molti “colleghi” ancora devono rendersi conto di questo semplice fatto.

Rendersi conto di essere caduti in errore significa prendere coscienza dei propri limiti. Prendere coscienza dei propri limiti è il passo fondamentale per migliorarsi come scrittori. Dal semplice refuso grammaticale all’uso improprio di un certo linguaggio in un determinato contesto. Ma non siamo qui per parlare di come migliorarci in qualità di scrittori (anche, in verità) bensì per apprendere se e quando è giusto abbandonare uno stralcio che ci è caro per poi sfruttarlo in un secondo momento.

Sembra utopia, vero? “Uno scrittore non dovrebbe mai riciclare le sue idee” è un detto abbastanza comune. C’è chi ci crede, e chi no. Personalmente, la ritengo una delle peggiori assurdità mai concepite dalla mente umana. Le tue idee sono ciò che ti tengono a galla in qualità di scrittore. Se le abbandoni a sé stesse, non stai facendo un favore né a te, né tantomeno al tuo potenziale lettore.

 

 

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COSA SIGNIFICA “RICICLARE”

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Durante la revisione dei nostri scritti, è pratica comune evidenziare parti della storia che non ci sembrano adeguate al contesto. Tendiamo quindi a eliminarle dal computo generale, perché ridondanti, dal lessico diverso rispetto al resto dell’azione, oppure per semplice inottemperanza – nel senso che potresti sfruttare meglio quello spazio usando ritmi diversi da quanto fatto in precedenza.

 

Fornirò un esempio banale.

 

Siete a metà dello sviluppo della vostra storia. Vi accorgete che la narrazione è abbastanza fluida, ma ci sono elementi – pur consistenti in egual modo – che confliggono l’uno con l’altro. Decidete subito di dover tracciare una linea, memori di non poter cadere in un tranello così basilare. Siete consci di dover far evolvere la narrazione lungo una strada anziché un’altra. È il vostro lavoro di scrittore, dopotutto. Tenersi lontani dal famigerato “di tutto, un po’” diventa una necessità primaria, se volete aspirare al successo.

In che modo, però, questo inficia la bontà di quanto avete precedentemente scritto?

In nessun modo, per l’appunto. Se la vostra opera valeva la pena di essere letta, e presentava “soltanto” delle contraddizioni di fondo… tagliando quelle contraddizioni, e inserendole altrove (anche in un contesto del tutto nuovo, come un romanzo o un articolo scollegato all’ultimo di cui parlavamo) non faremo un dispetto al nostro status di scrittore. Anzi, ne svilupperemo ulteriormente le capacità. Soprattutto quella di usare il frammento di mosaico giusto al posto giusto, sostituendolo dal posto sbagliato.

 

 

 

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TIPI DI FILE

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Nello svolgere la nostra attività di scrittori, ci imbatteremo in diversi tipi di elementi potenzialmente da riciclare. Vediamo i più comuni:

 

  • Idee

 

Le idee costituiscono un serbatoio di risorse potenzialmente illimitato, e sono quello che potremmo definire il nodo portante su cui si basa ogni scrittore, aspirante e non. Prima ancora di decidersi a mettere nero su carta (o inchiostro digitale al folder di Word) bisogna preoccuparsi di trovare un’idea valida per il nostro racconto/romanzo/articolo. Inutile affinare le tue abilità di narratore o ampliare il tuo vocabolario se, a conti fatti… non hai niente da dire.

 

Tuttavia, non sempre a un’idea corrisponde un prodotto fatto e finito. Uno dei crucci principali legati al mondo della scrittura riguarda proprio il rapporto idea – sviluppo della stessa. Un’idea, difatti, può essere sviluppata in innumerevoli modi. Ed è tale caratteristica a determinare il suo successo/insuccesso. Chiediamoci, quindi: se un concetto si presenta ricco di promesse ma poco adatto alla narrazione che stiamo portando avanti, perché dovrebbe essere un reato trasportarlo in un contesto diverso? Anzi, sarebbe un peccato (da un lato) relegarlo in un cassetto e abbandonarlo lì, in attesa che passi a miglior vita, e si dimostrerebbe una scelta altrettanto avventata (dall’altro) insistere per inserirlo in una storia con cui ha poco da spartire. Come un bambino che cerca disperatamente di incastrare un tassello del puzzle nella posizione errata.

 

 

  • Scenario

 

Qui la faccenda diventa più complessa. Com’è ovvio che sia, da un’idea nasce una storia. Una storia altro non è che la summa di numerose componenti – trama, personaggi, motivazioni del protagonista, e via dicendo – e tra queste troviamo, tra le tante, la configurazione dello scenario che domina il mondo prescelto. Sia a livello di ambiente, di concetto territoriale puro e semplice, sia per quanto riguarda la moltitudine di intrecci che vengono ribaditi come presupposto per la sussistenza dello stesso.

 

Uno scenario non è di facile estrazione. In linea di massima, parliamo di ciò attorno a cui ruotano gli eventi della trama, e dunque è palese che esista un gran lavoro di raccordo sotto lo sviluppo di quest’ultimo. Ciò non significa che non sia possibile effettuare un vero e proprio trapianto da un lavoro all’altro. Sostituire gli elementi (personaggi e/o dati) uno ad uno appare utopistico, ovviamente, nel caso prescelto. Lo potremmo fare con un’idea, non con uno scenario. Diventa però possibile prenderne in prestito lo “scheletro” per rimodellarlo attorno a un’idea diversa. Questo, sì, è lecito e consentito. Specie se è uno scenario funzionante.

 

  • Frasi o Paragrafi

 

In questo caso, non parliamo più di concetti o ambientazioni, bensì stralci di racconto in piena regola. Può capitare di dar voce, tra un pensiero e l’altro, alla cosiddetta “frase ad effetto”, o anche a un’espressione particolarmente “sentita”, “colta” o “elegante”. Se pure il romanzo/racconto/articolo nel quale è contenuta si rivelasse di effimero valore, la bontà dello stralcio è un elemento da tenere ben in conto prima di cestinarlo come il peggiore dei mali.

 

La transizione, in questo caso, dipende in maniera ancora più accentuata dal contenuto del lavoro B. Può essere di respiro immediato – se non ci sono riferimenti particolari a persone o cose presenti nell’opera per cui era stato scritto – oppure di più arduo dislocamento – nel caso in cui sussistono palesi attinenze alla storia da cui lo stiamo separando. Se così è, un copia-incolla diventa ovviamente impossibile, e se intendiamo trasportare i dati da un lavoro all’altro ci tocca tirare i remi in barca. Ma… ne vale la pena? A quel punto, non sarebbe più lecito (e meno dispendioso) mettere in funzione le meningi, e ricordarsi di essere scrittori?

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