Ogni spirito profondo ha bisogno di una maschera: e più ancora, intorno a ogni spirito profondo cresce continuamente una maschera, grazie alla costantemente falsa, cioè superficiale interpretazione di ogni parola, di ogni passo, di ogni segno di vita che egli dà.

 

Friedrich Nietzsche

 

Perchè maschere maledette?

 

Inutile girarci troppo attorno: il concetto di maschera racchiude in sé tante di quelle storie da risultare, spesso e volentieri, di difficile collocazione se inserito in un discorso più ampio.

Cosa sia una maschera lo sappiamo tutti. Un manufatto ornamentale. Un oggetto di stampo religioso. Un artefatto che ti consente di cambiare i connotati per un periodo di tempo definito da chi lo indossa (mica come il vestito da gran gala di Cenerentola!). Uno strumento allestito per mandare in scena un personaggio diverso da colui che lo interpreta… o uno di cui ci serviamo per farlo credere a chi ci circonda, al pubblico della nostra vita d’ogni giorno. Dopotutto, un detto comune sostiene che non dal volto si conosce l’uomo, bensì dalla maschera.

Ma noi non siamo qui per fare discorsi Pirandelliani. Ho deciso di ritagliare nella rubrica uno spazio dedicato alle cosiddette Maschere Maledette. Cosa sono le Maschere Maledette? Presto detto: quelle che, in archi temporali diversi ma accomunati da circostanze simili, hanno segnato in modo indissolubile la vita di numerosi individui. Che siano essi personaggi pubblici, noti ai più, o il più classico del “signor nessuno”.

In che modo? Scopriamolo assieme, analizzandone i vari archetipi.

 

Le maschere dell’infamia

 

Tra tutte le Maschere Maledette, le Maschere dell’Infamia costituiscono quelle più caratteristiche. Forse perché non sono propriamente… maschere. Almeno non nel senso convenzionale del termine.

Un suggerimento lo restituisce anche una definizione meno diffusa, ma senz’altro rappresentativa di tali artefatti: Maschere Religiose. No, niente a che vedere con gli indumenti indossati dai sacerdoti durante il cerimoniale, o chissà quale altra amenità ecclesiastica. Semmai l’opposto: erano strumenti di tortura in piena regola.

Tra il ‘600 e i primi del ‘900 sono parecchie le testimonianze (e i rinvenimenti) di tali utensili. Tanto che oggi, nel ventunesimo millennio, esistono numerose mostre a certificare l’effettiva sussistenza delle pratiche di cui si facevano accompagnatrici. Le Maschere dell’Infamia erano congegni dalle forme più disparate, fantasiose e alle volte addirittura artistiche, usate per infliggere pene a coloro che manifestavano malcontento nei confronti delle cariche politiche e… religiose, in particolar modo, di quegli anni.

Le vittime, come nell’analogo (ma ben meno terribile) caso delle gogne medioevali, venivano esposte in piazza con indosso quelle maschere, preannunciando un doppio supplizio: psicologico e fisico. Da una parte, i malcapitati venivano umiliati di fronte a un pubblico che accorreva in massa, spesso malmenando quei poveretti con scudisciate, palle di sterco secco e orina fresca. Ma c’era di peggio: molti tra quei congegni erano dotati di estremità che penetravano nella bocca dell’individuo, procurando lesioni e arrivando talvolta a mutilarne la lingua con aculei aguzzi e lamette predisposte per quello specifico compito.

 

 

 

La maschera del vendicatore

– Chi sei?
– Chi… “Chi” è soltanto la forma conseguente alla funzione, ma ciò che sono è un uomo in maschera.
– Ah, questo lo vedo!
– Certo, non metto in dubbio le tue capacità di osservazione. Sto semplicemente sottolineando il paradosso costituito dal chiedere a un uomo mascherato chi egli sia.

(V per Vendetta)

 

Ci spostiamo ora verso lidi diversi. La Maschera del Vendicatore è quella di chi si macchia di azioni peccaminose, alle volte degne di uno psicopatico seriale, pur di raggiungere il proprio obiettivo: la rivalsa su un individuo o anche su un intero sistema.

Il Rorschach di Alan Moore è l’impersonificazione più immediata di tale prototipo. Un giustiziere mascherato che va contro il comune raziocinio degli altri “paladini della giustizia”. Uno che rifiuta di ritirarsi dalla propria attività anche dopo i numerosi scontri con la legge, finendo per diventare un ricercato mettendosi nei panni delle sue prede.

Un vigilante, per l’appunto, non certo un eroe tradizionale. Per quanto il confine tra i due appaia estremamente labile.

Stesso discorso per il protagonista di V per Vendetta, il misterioso personaggio la cui identità è protetta da una maschera di Guy Fawkes (il più noto membro della Congiura delle Polveri, per chi fosse sprovvisto di tale nozione) e che ci viene presentato quasi all’unanimità come un terrorista senza scrupoli, fautore delle continue guerriglie urbane che devastano da tempo il Regno Unito. Uno disposto a morire per i suoi ideali, consapevole di aver lasciato dietro di sé un’immagine indimenticabile e un’eredità che sarà presto raccolta da altri idealisti.

 

 

La maschera del medico della peste

 

Tra le Maschere Maledette quella del Medico della Peste è anche la meno sobria, eppure resta la più caratterizzante in assoluto. Perché fonda le sue radici in un contesto surreale, quasi apocalittico… eppure corrispondente al vero storico, non a una mera pellicola cinematografica.

La meno sobria, dicevamo.

La maschera del Medico della Peste viene indossata fino al termine del XVII secolo, ed era considerata a mani basse l’arma più potente da contrapporre alla Peste che aveva già messo in ginocchio l’intera Europa (decimando la sua popolazione di addirittura un terzo in pochi anni). La Teoria del Miasma era parecchio accreditata a quei tempi: il principale indizio di infezione risiedeva infatti nei cosiddetti “cattivi odori”, e per contrastare ciò i medici usavano una lunga maschera ricurva, dalla foggia simile al becco d’un tucano, colma di erbe medicinali e altre spezie aromatiche per fare da filtro e prevenire il diffondersi del tanfo nei canali nasali.

 

Saranno invece le lunghe vesti cerate a determinare una bassa quantità di contagi nei visitatori del Lazzaretto, grazie alla protezione esercitata nei confronti delle pulci. Consentendo loro di svolgere il proprio lavoro senza particolari patemi (con un grado di efficienza molto superiore alle aspettative, pur partendo da una premessa sbagliata).

 

(A proposito… indovinate su cosa sarà incentrato il mio prossimo romanzo in uscita?)

 

Il corpse-paint

 

Nel conteggio delle Maschere Maledette voglio annoverare anche il Face-Painting. Una pratica molto conosciuta, che affonda le sue radici nelle più antiche usanze dei cavernicoli. Generalmente usato per le danze tribali o durante le battute di caccia, come rudimentale tecnica di mimetizzazione o per istillare paura nella malcapitata bestia e quindi coglierla di sorpresa da più lati. Sarà poi ricorrenza comune nei popoli barbarici e celtici (l’intramontabile Braveheart o i Picti di Il Dardo e la Rosa vi dicono qualcosa?).

Una sua variante ben più macabra, il Corpse-Painting, è stata invece sfruttata in larga parte dalle tribù indigene africane. Come il nome stesso suggerisce, i cacciatori di tali tribù si dipingevano (ma sarebbe forse il caso di parlare al presente) il volto in modo da assimilarsi a dei teschi ambulanti, facendosi cultori di tradizioni ormai perse nel tempo. E rendendosi spesso partecipi di alcune tra le pratiche più orripilanti in assoluto. In particolar modo, il Cannibalismo.

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