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CREIAMO IL NOSTRO STANDARD PERSONALE

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Quando ci si approccia a un romanzo, esistono – sostanzialmente – due fasi in cui gli autori emergenti si riconoscono. La prima è quella in cui si scrive a spron battuto, organizzando il canovaccio della propria opera, regolamentando le leggi e costumi del mondo che hanno appena creato, e gettando quindi inchiostro (virtuale) tra le pagine del libro per avvicinarlo, passo dopo passo, alla conclusione. L’altra fase, ben più tediosa, è quella del confronto con il lettore. Tediosa, ma anche delicata, e a cui non ci si può in alcun modo sottrarre.

Una volta terminato il proprio romanzo, diversi sono i dubbi che assalgono lo scrittore. Alcuni sono di matrice puramente stilistica e/o grammaticale. I refusi vanno eliminati, lo sappiamo, affidandosi a un correttore di bozze (o direttamente a un editor che prevede anche il suddetto servizio). Ma, tralasciando la parte relativa alla sintassi, focalizziamoci invece sull’idea alla base del progetto, e al suo sviluppo nell’immediato. Per meglio dire, su quello che pensiamo di tale sviluppo. Perché cominciano le riletture dell’opera, e a ogni ripetizione ci accorgiamo di qualcosa che non va. Anche se quel qualcosa ci sfugge, o addirittura è invisibile.

Appurato che la perfezione non esiste (e, se pure esistesse, difficilmente la rintracceremmo nell’opera di un esordiente), non sempre gli errori sono davvero lì ad attendere un tuo passo falso, ghignando nell’ombra per farti pagare una distrazione che non c’è mai stata. Chi potrebbe farne le veci, però, è il lettore di turno a cui sottoporrai la prima stesura del tuo romanzo. Il fenomeno dei beta-readers è abbastanza diffuso (a buon ragione), ma lo stesso discorso può estendersi al parere di un editor professionale. Che pure, no, non sempre hanno ragione a prescindere circa l’andamento della tua storia, o anche solo alla costruzione di una frase.

Nel computo di un confronto su un’opera letteraria, la prima cosa da fare è partire non tanto da quello che a nostro parere funziona (e secondo qualcun altro invece no), bensì scartare a priori cosa sicuramente non funziona.

Se ti sei avvalso di una cerchia di beta-readers prima di inviare il tuo manoscritto a un editor, questa parte è di una semplicità disarmante. Per forza di cose, nella prima stesura della tua opera ci saranno parti “forti” e parti “deboli”.  Tu stesso, in qualità di autore, avvertirai il più delle volte della discrepanza tra le due. Non è detto che a ogni capitolo, paragrafo, trafiletto, vada dedicato il medesimo impegno. Ma, alle volte, ci sfugge uno spezzone “debole”, che non apporta nulla né alla trama né alla piacevolezza della lettura. E, quando te lo faranno notare, sarai tu stesso a darti dello stupido per non essertene accorto. Non sempre individuare una di queste “parti deboli” è immediato, però, e lo scrittore deve esserne consapevole dal principio.

 

 

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I CONSIGLI VENGONO DA PROFESSIONISTI?

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Un aspetto da considerare, com’è ovvio che sia: non si può mettere sullo stesso livello il parere di un lettore amatoriale (che sia “lettore” di lunga data o meno) e quello di qualcuno che invece lavora nel settore dell’editoria, o simili.

Tutti, nessuno escluso, sono autorizzati a dispensare consigli. Se anche, però, hai il dovere di ascoltarli e tenerli e considerazione, questo non significa che essi siano necessariamente critiche giuste. In larga parte, è bene ricordarlo, le critiche (positive e negative) dipendono dal cosiddetto gusto personale. Ogni lettore ha un suo modo di affrontare la lettura, e di valutarne gli elementi. Pur ipotizzando la buona riuscita di un romanzo, risulta poco probabile che quest’ultimo piaccia a chiunque, indiscriminatamente. E questo è il motivo principale per cui vagliare l’importanza e, soprattutto, la validità delle suddette critiche diventa necessario.

Un professionista non ti darà un consiglio basato sul suo gusto personale, bensì sul riscontro di un pubblico più ampio. Non metterà in scena il più classico degli “io farei così”, motivando invece quali sono i punti che rendono la narrazione degna oppure meno, seguendo dettami che un lettore amatoriale non sarebbe capace di riconoscere nell’immediato. Il metro di giudizio varia a seconda del problema e delle circostanze, ma la risposta in questione sarà sempre legittimata da un tentativo di migliorare il prodotto seguendo una strada già precedentemente tracciata da altri autori di successo nel tuo genere, che si sono avvalsi degli stessi consigli.

E tuttavia, come già detto, essere certi al 100% della bontà di un consiglio (che venga da professionisti o meno) non è come bere un bicchiere d’acqua.

 

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ESSERE ABITUDINARI O INNOVATIVI?

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Hai deciso di seguire il tuo istinto o la tua capacità di giudizio, ritenendo i consigli ricevuti un pretenzioso di più? È una scelta. Dare peso eccessivo ai suggerimenti altrui non sempre si rivela una scelta vincente. Lo stesso può dirsi del contrario: escludere in maniera tassativa qualsiasi apporto esterno, bollandolo come una perdita di tempo, è il modo migliore per far sprofondare la tua carriera letteraria nell’oblio ancor prima di cominciarla.

Eliminare le “parti deboli” della tua opera, comunque, è altrettanto difficile che individuarle. Questo è un dato di fatto.

Ci sono due modi per affrontare la situazione, quando ti scontri con un trafiletto (o anche un intero paragrafo) che non convince al cento per cento. Da una parte, la scelta più conservativa è quella di insistere con il modello già usato durante la prima stesura, mantenendone lo schema narrativo ma modificandone le assonanze, i verbi, la scorrevolezza delle singole frasi, inserendo una locuzione ad effetto in un punto apparentemente morto. L’altra è quella di ripartire da zero, cancellando l’intero paragrafo (o addirittura l’intero capitolo, se necessario) per impostare la storia lungo un binario diverso, anziché “accontentandosi” di risolvere gli errori più immediati. Plasmandola secondo le necessità narrative di cui ci accorgiamo in un secondo momento, dopo una rilettura approfondita dell’intera opera.

Entrambe le scelte restano valide, intendiamoci, per la buona riuscita del tuo lavoro. È buona prassi rivolgersi di nuovo a un parere esterno, alla conclusione della suddetta opera. Perché “fare è bene, non fare a volte è meglio” è un proverbio ancora valido, e peggiorare un romanzo già discreto (specie quando si vuole strafare, caratteristica comune a molti scrittori) è una di quelle esperienze che vorreste sempre evitare.

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