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CURIAMO I DETTAGLI

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Quando ci approcciamo alla scrittura di un romanzo o di un manuale, è scontato avere già in mente un’idea da cui partire per sviluppare la nostra storia, o comunque i contenuti del proprio lavoro. Il problema, semmai, sorge altrove: sono molti gli scrittori che – una volta accesa la lampadina – decidono di fiondarsi immediatamente alla composizione del testo, anziché programmare prima gli elementi della narrazione (nel dettaglio o meno).

Un errore madornale, posso assicurartelo.

Ricordo come se fosse ieri i miei tentativi di creare un prodotto di qualità senza prima mettere mano allo scheletro della storia. Un disastro. Creare delle sequenze narrative che si mantengano lineari e privi di falle è un’impresa impossibile, quando decidi di affidarti alla pura e semplice consequenzialità. Bisogna sempre mantenere i dettami di uno schema predefinito, a meno di non voler cadere in errori di concetto anche banali, ma pur sempre nocivi per la trama del nostro lavoro. Un solo mattoncino sconnesso dal resto dalla composizione, e il nostro intero lavoro crollerà come un castello di carta.

 

 

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COME PROCEDERE

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I primi elementi da considerare sono, d’obbligo, la caratterizzazione dei personaggi e lo scenario, oltre al tempo in cui viene presentato l’incedere del racconto. Un occhio di riguardo toccherà anche al cosiddetto “narratore onnisciente”, che dovremo stabilire QUANDO e DOVE utilizzare per il buono sviluppo delle nostre vicende.

 

Cosa intendiamo per caratterizzazione?

 

Bisogna partire dai fondamentali. Nel vero senso della parola. Non esiste che vi cimentiate a scrivere la vostra storia per poi bloccarvi a metà e pensare: ma gli occhi del protagonista erano rubini o smeraldi? Prima ancora di sviluppare la trama vera e propria, bisogna creare un set di informazioni legate ai vostri personaggi principali… e anche quelli secondari. Sì, avete letto bene: l’errore più facile da commettere è quello di rimettere i personaggi secondari al caso, pretendendo di crearli strada facendo. Come vengono, vengono. Il che costituisce esattamente il problema di cui parlavo.

Ricapitoliamo: se un tassello del puzzle viene meno, il nostro lavoro è bello da cestinare. Se la psiche di un singolo personaggio diventa stentata, balbettante o addirittura noiosa, il personaggio è da eliminare. Non devono esistere riempitivi nella stesura del vostro libro. Anche se quel personaggio viene usato solo come tramite per accedere a una nuova scena, oppure per dare voce a una serie di domande (nel caso di un libro non-fiction) deve essere caratterizzato con la stessa cura che riserveremmo al protagonista della nostra avventura letteraria.

Caratterizzazione sia visiva che non.

 

Un personaggio deve disporre, innanzitutto, di una mentalità propria. Un modo di ragionare unico, che lo distinguerà dagli altri. “Non deve essere un riempitivo” non è sinonimo di “bisogna conferire a ogni personaggio una rilevanza di prim’ordine”. Alcuni saranno delle comparse, per necessità della trama. Ma anche le comparse sono dotate di differenze sostanziali dal resto delle persone. Ovvero, devono avere l’ambivalenza di risultare fugaci e al contempo lasciare un’impressione positiva sul lettore. Un’impresa mica da poco, e per questo stesso motivo – come detto su – necessitano di cure particolari.

 

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LO SCENARIO E IL TEMPO DELLA NARRAZIONE

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Il DOVE.

 

Una volta stabiliti i personaggi e la storia, dobbiamo creare il contesto in cui si svolgeranno le suddette vicende.

A volte capita di partire a ritroso: ci si immerge innanzitutto nello scenario che si vuole ricreare, e soltanto dopo si passa alla stesura del protagonista e dei suoi allegri (o meno) compagni. È un’alternativa che non mi sento di sconsigliare, perché può portare a risultati altrettanto buoni. Ciò di cui siamo sicuri, però, è il fatto che necessitiamo di un’ambientazione altrettanto complessa, se comparata allo spessore dei personaggi.

Ci sono libri in cui il contesto è relativo. Pochi. A meno di non essere in questa ristretta cerchia, dovrete lavorare a fondo per caratterizzare i cambiamenti di scena a cui saranno sottoposti i vostri eroi. Il mondo in cui vi troverete a lavorare è dinamico, non statico. Quest’ultima è una delle regole d’oro di ogni romanzo che si rispetti. Bisogna plasmare una realtà in costante evoluzione, che accompagni il protagonista (o i protagonisti) nelle loro avventure. Il mondo cambia assieme al protagonista, o non cambia affatto e ne lascerai intendere la differenza tra lo sviluppo del secondo nel corso della storia e la staticità del primo.

 

Il QUANDO.

 

La staticità o meno di un mondo è caratterizzata anche dal tempo che utilizziamo per dare forma al nostro romanzo. Creare la trama di una storia è un conto, sviluppare l’incedere degli eventi secondo i parametri più adatti alla narrazione un altro. Coniugare presente, passato e futuro è compito del narratore, e l’impresa è più arduo di quanto non appaia. Scegliere un tempo principale per il nostro racconto è d’obbligo (di solito si usa il presente, il presente storico o l’imperfetto), più difficile è sfruttare tutte le opzioni che abbiamo a fasi alterne, senza tuttavia creare un pastrocchio in grado di rendere illeggibile la nostra opera.

Ripetiamo: bisogna scegliere un tempo e portare avanti la narrazione secondo lo stesso. Da questa consapevolezza non si scappa. Non bisogna però compiere l’errore di fossilizzarsi troppo su un unico periodo temporale. Abbiamo detto che quello su cui agiremo deve essere un mondo dinamico, non statico. Un mondo dinamico è caratterizzato – tra le altre cose – dalla facilità con cui si può passare dal presente all’imperfetto, e viceversa. Soprattutto, il modo in cui il focus si sposta da un arco all’altro, senza però farne risentire la narrazione. Uno degli esempi più fulgidi di come impostare un periodo temporale variegato per il proprio romanzo è HARUKI MURAKAMI, con i suoi personaggi ed eventi che spaziano in luoghi e tempi diversi con la stessa naturalezza con cui noi lettori tratteniamo il respiro nel leggere le loro vicende.

 

 

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NARRAZIONE VERTICALE O ORIZZONTALE

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Un aspetto molto importante nello sviluppo della trama, e ingiustamente sottovalutato da molti, è il modo in cui presentiamo la storia agli occhi del lettore – e non solo il canovaccio della storia stessa. Esistono diversi tipi di trame, e ognuna può e deve subire condizionamenti esterni a seconda del grado narrativo che prediligiamo.

Prendiamo come esempio uno dei grandi classici dell’Horror: Saw, l’enigmista. Sì, sto parlando di un film (una serie di film, anzi) e non di un romanzo. Ciò che importa a noi, tuttavia, è il filo della storia e il modo in cui la stessa si sviluppa. Vediamo perché.

 

Degli uomini si svegliano incatenati in una stanza e trovano un corpo senza vita al centro di quello spazio. Una voce sconosciuta li schiera, senza via di scampo, l’uno contro l’altro.

 

Ora, è ovvio come un canovaccio simile possa essere approfondito e analizzato in diecimila modi diversi. Il grado narrativo scelto dal nostro regista, nel corso della saga, è stato quello del conflitto tra i personaggi. Uno non può vivere se l’altro non muore. Il primo può sopravvivere solo se il secondo lo aiuta, ma il secondo vuole che sia il primo a soccorrerlo perché lui ricambi. E così via dicendo. Un’interfaccia di costante battaglia per la supremazia, insomma. Per garantirsi la sopravvivenza, i nostri personaggi si ritroveranno a combattere tra loro per i motivi più banali. Sospettando l’uno dell’altro, restii a compiere la prima mossa per paura che i compagni lo/a abbandonino al suo destino dopo aver ottenuto quello che volevano.

 

Come potremmo svilupparlo diversamente?

 

Saw si concentra, principalmente, sulla psiche dei personaggi. È il marchio di fabbrica di ogni Horror che si rispetti. Ma trasformiamo il nostro grado narrativo in una piattaforma basata sull’Azione: anziché restringere il concetto di spazio al minimo consentito, favorendo l’incedere del tempo ritmico, amplieremo invece il primo a discapito del secondo. Migliorando l’impatto immediato degli eventi a sfavore della complessità narrativa della stessa. È bene ricordare che non si possono fare entrambe le cose: finiremmo per appesantire la storia con divagazioni non pertinenti alla trama (nel caso stessimo scrivendo un romanzo d’avventura) o con scampoli di azione che poco avrebbero a che vedere con il gioco mentale suggerito dai parametri di un Thriller o di un Horror.

 

Sta a te scegliere quale strada seguire, quindi, impostando nel modo più opportuno il percorso di tutti gli elementi a cui ti rifarai nel completamento della trama. Rammenta: l’attenzione rivolta ai particolari determinerà buona parte del successo della tua storia, spingendo il lettore a non disinteressarsi alla stessa quando dovrai accantonare – per forza di cose – i protagonisti principali su cui tanto hai lavorato.

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