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IL DONO DELL’UBIQUITÀ

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Qualcuno disse: “gli unici confini che abbiamo sono quelli che ci imponiamo da soli”. Niente di più vero, specie avendo a che fare con la narrativa. In una distesa sconfinata di mondi possibili e contenuti im-possibili (o quasi) da decifrare, trovare la strada maestra per districarci in un simile caos organizzato diventa di fondamentale importanza se vogliamo renderci partecipi… e, anzi, atteggiarci a divinità di quei mondi. Perché cos’è lo scrittore, se non la forza incontrastata che infonde loro vita?

Parliamo, dunque, di come comportarsi quando ci ritroviamo a gestire piani della realtà diversi. Quando il nostro lavoro è incentrato sulla creazione di un universo che affianca, e non sopprime, quello nel quale abitiamo.

Attenzione! Bisogna qui far chiarezza su un particolare: non parlo necessariamente di intessere una storia situata su un arco temporale diverso da quello attuale, oppure su un pianeta distante anni luce. O ancora un racconto ambientato in un mondo fantastico, dove le stesse leggi della fisica sono diverse da quelle a cui siamo abituati, con cui ci confrontiamo ogni giorno della nostra vita. Chiamiamoli mondi paralleli, realtà fittizie, cristallizzazioni della nostra psiche… esistono numerosi termini per descriverli, ma tutti conducono allo stesso punto d’arrivo. Poco importa delle loro caratteristiche (che possono spaziare da un’esistenza identica quasi in tutto e per tutto alla nostra, fino a un ricettacolo di peculiarità difficili da rintracciare anche nei nostri incubi più perversi). In un modo o nell’altro, dobbiamo creare un collegamento valido con la realtà attuale.

 

Vediamo come.

 

 

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IL NOSTRO CASO: LO SCENARIO DISTOPICO

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Nel nostro ventaglio di mondi possibili, quello distopico è uno dei più amati dai lettori del XXI secolo (anche dal sottoscritto). “Distopico” significa tante cose, e al contempo si riferisce a niente di troppo specifico. Stiamo parlando di quelle ambientazioni che richiamano da vicino il mondo a cui siamo abituati, ma che presentano anche elementi distintivi di primo piano – quali problematiche fortemente caratterizzanti per colpa delle quali la società diventa poco accomodante, o addirittura orrida a tal punto da doverne cercare rimedio.

Quando ci tocca porre le basi per una realtà distopica, c’è una costante che rende di facile collocazione il punto da cui l’autore dovrà affrontare la narrazione. Il mio suggerimento è: partire dalla fine anziché dall’inizio.

Il fulcro di un romanzo distopico è, quasi sempre, l’aspetto distopico in questione. I personaggi sono – è ovvio – elemento importantissimo in qualunque libro degno di essere chiamato tale. Ma lo sono quando vengono assorbiti dalla storia che state portando avanti. E il processo di world-building diviene fondamentale per associarli a un mondo che sia il meno banale possibile, che li inserisca non come pedoni su una scacchiera bensì come larve nel pieno dello sviluppo, che si evolveranno a stretto contatto con il progredire del mondo.

Leggere il presente è il modo più accurato per restituire al lettore un elemento distopico di tutto rispetto. Esistono diversi modi di concepire un romanzo che tratti di distopia, ma sono tutti accomunati dalla tua capacità di osservatore. Solo individuando tali punti potrai approfondire la narrazione e dare al lettore ciò che lui si aspetta.

 

  • Prima possibilità: analizza le problematiche più comuni che affliggono il genere umano, e portale all’estremo. Questo è, senza dubbio, uno dei “trucchi del mestiere” più efficaci. Il surriscaldamento globale? Bene. Mettiamo in moto il nostro processo di world-building, e creiamo un’ambientazione nella quale le falde acquifere sembrano sul punto di prosciugarsi, costringendo il genere umano a rischiose spedizioni nell’entroterra del pianeta. Oppure, le risorse del pianeta minacciano di esaurirsi, e quindi il governo decide di risolvere il problema tagliando la testa al toro: combattere il sovrappopolamento mandando gli uomini a combattersi gli uni contro gli altri, in enormi arene naturali dedite all’annientamento di intere generazioni.

 

Ti sembrano temi ricorrenti, che hai già sentito? A ragione. Per approfondire il suddetto punto, ti consiglio di dare uno sguardo a romanzi quali Waterworld di Max Allan Collins, o Battle Royale di Koushun Takami. No, la trama non è esattamente la stessa sopra indicata (così da non rovinarvi la sorpresa). Ma, ve lo assicuro: nel computo dei romanzi distopici troverete di tutto e di più. Di più, soprattutto.

 

 

  • Seconda possibilità: intervieni sull’aspetto psicologico. Un altro grande tema ricorrente. La psiche umana è uno degli aspetti maggiormente soggetti a variabili dalla capienza smisurata. Se non ci sono lanci a tappeto di atomiche che devastano in modo drastico l’ambiente in cui viviamo, può essere l’uomo stesso a decidere di diventare il protagonista della sua personale dis-avventura. Il Governo si sente minacciato dalla sete di conoscenza dei suoi cittadini, rimasti troppo a lungo ignari di cosa succeda davvero al di là del loro naso? Perché non eseguire un brainwashing completo sulla loro memoria, così da renderli docili, asserventi burattini. E cosa mi dite della perversione che risiede nell’animo umano verso le sfide impossibili? Perché non cimentarsi volontariamente in una gara mortale con la consapevolezza di essere portato in trionfo dopo aver varcato il traguardo, anziché essere tacciato come fuori di senno.

 

Di nuovo, risulta facile collegare questi temi a istanze ben precise. Diamo uno sguardo a Fahrenheit 451 di Ray Bradbury e a La Lunga Marcia di Richard Bachman (spoiler: è uno degli pseudonimi di sua maestà Stephen King).

 

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AGGIUNGIAMO L’ELEMENTO FANTASTICO

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Ci siamo. Abbiamo stabilito su quale piano concentrarci nel nostro personalissimo world-building. Adesso che abbiamo intessuto le basi su cui sviluppare la storia, chiediamoci quali connotati vogliamo conferire al romanzo per trasformarlo in un Fantasy che valga la pena leggere.

Il binomio Distopia + Fantasy è una costante abbastanza inseguita nel mondo della narrativa. Sono molteplici gli esempi di successi (nazionali o mondiali) che vedano come punto focale l’aggiunta dell’elemento fantastico (sia esso di matrice Fantasy, Urban Fantasy o Fantascienza). L’ultimo decennio, in particolare, ha decretato un trend in forte crescita per quanto concerne il settore. Maze Runner di James Dashner, Divergent di Veronica Roth, Hunger Games di Suzanne Collins sono tutti validi esempi della suddetta proposta. Ce ne sarebbero molti altri da citare, ma mi rifarò solo a quelli più in voga.

Cos’hanno in comune?

Oltre a un impianto narrativo di successo, uno stile ricercato e una storia non banale… sì, è l’elemento fantastico. Questo ci suggerisce una cosa, principalmente: ai lettori piace essere trasportati in un mondo che non sia accessibile nella realtà. Il concetto stesso di Distopia dovrebbe farci riflettere: il Distopico-Fantastico altro non è se non l’estremizzazione del primo, che sfrutta il secondo come trampolino di lancio verso una pienezza ancor più accentuata. Ammantandosi di caratteristiche a cui non avrebbe altrimenti accesso.

Cosa c’è di più distopico di, vediamo… una città che sorge negli abissi marini, in omaggio alla cara Atlantide (o alle paludi di Naboo in Episodio I: La Minaccia Fantasma di George Lucas)? Oppure alla presenza nell’uomo di un sesto senso, capace di svelare misteri a cui non avremmo altrimenti accesso (come nell’intramontabile saga di Saint Seiya del maestro Masami Kurumada)? Un simile scenario, è lampante, apre le porte per una caratterizzazione ancora più ampia del nostro mondo.

Che l’elemento fantastico sia più o meno preponderante, diventa comunque fatidico per trasportare il lettore in un universo in cui lui si senta realizzato. Facendo sì che possa abbandonarsi al distacco dalla realtà propriamente detta… senza tuttavia renderlo eccessivamente alienato da quest’ultima. Mantenendo saldo l’anello di congiunzione tra i due mondi, arricchendo la sua esperienza del reale con gli elementi che LUI desidera sperimentare.

Quando si scrive una storia, o se ne sceglie una dagli scaffali, bisogna dunque chiedersi: qual è il viaggio interiore che vuoi percorrere, o far percorrere al tuo lettore? A seconda della risposta, saprai come comportarti nel tuo processo di world-building.

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